mercoledì 3 ottobre 2018

ARTICOLO. Herbert Chapman, colui che fece grandi i Gunners

«Kiveton Park può vantarsi di aver avuto due rivoluzioni: una industriale, l’altra sportiva». A Patrick Barclay, scrittore inglese che si occupa di sport, piacciono le biografie. Ha scritto di Ferguson, ha scritto di Mourinho. E questa frase, a proposito dell’anonima località sita nel cuore dell’Inghilterra, Kiveton Park, a 217 chilometri da Londra, non può essere certo smentita. Perchè? Non ho fatto i conti esatti e sarebbe bello poterlo appurare, ma se dovessi stilare una classifica delle cittadine più prolifiche in quanto a personalità legate al mondo del calcio, Kiveton sarebbe certamente ai primi posti.

Il personaggio del quale tesserò la storia in queste righe, viene da lì. Aveva un fratello, di nome Harry, ma questo nessun tifoso dell’Arsenal credo se lo ricordi. Perchè se andate dalle parti di Islington, Londra Nord, e magari costeggiate ciò che è rimasto in piedi della East Stand, la grande facciata bianca dietro cui oggi si cela non più l’erba verde di Highbury ma un silenzioso e recintato giardino residenziale, e provate a chiedere di un certo Chapman, il vostro interlocutore non potrà che conoscere soltanto il signor Herbert, nato in quella fucina di calciofili il 19 gennaio del 1878. Sì, sono passati giusto un po’ di decenni, ma non preoccupatevi: se l’interlocutore di cui sopra ha messo piede almeno una volta ad Highbury, l’ex stadio dell’Arsenal che sorgeva dove ora le sue tribune sono diventate condomini, non potrà non conoscere colui che se non fosse esistito, non avrebbe nemmeno reso possibile a quel tifoso anche solo di indossare una sciarpa biancorossa. Il fratello Harry, a cui accennavo, nato dodici mesi dopo di lui e morto giovanissimo a soli 37 anni per una tubercolosi, è stato per lungo tempo un giocatore dello Sheffield Wednesday col quale ha collezionato 269 presenze.
Ma come detto, Kiveton Park ha dato i natali anche a Bert Morley, difensore che per pochi anni a inizio secolo ha militato nel Grimsby e nel Notts County, Leslie Hofton, Manchester United o Walter Wigmore, un altro pioniere del football a cavallo fra l’ottocento e il novecento che ha collezionato più di 400 presenze in Football League con vari club. Di tutti questi però, Herber Chapman è il cittadino più rappresentativo di Kiveton. A lui si deve l’invenzione del Sistema, un modulo di gioco che fece scuola anche in Italia, e una serie di innovazioni e cambiamenti che dal 1925 al 1934, il periodo della sua carriera di allenatore dell’Arsenal, hanno trasformato per sempre il corso delle cose dalle parti di Londra Nord.
Anche se negli ultimi anni i Gunners sono stati bersaglio di parecchi sfottò per aver prodotto certamente un buon gioco e tantissimi talenti senza mai essere riusciti però, sotto la gestione Wenger, a vincere un solo trofeo europeo, nulla può scalfire l’aurea di storia e tradizione che circonda il club. Personalmente, sono molto legato a un film che tutti conoscerete, ossia Febbre a 90, tratto dal celebre romanzo di Nick Hornby. Ecco, avete presente la scena in cui padre e figlio si allontanano da Highbury subito dopo la fine di un match? Laggiù sul fondo potrete scorgere la grande insegna UNDERGROUND, e la stazione di riferimento, “Arsenal”. Da folle amante di quella pellicola, non ho potuto che ripercorrere in un paio di occasioni quel tragitto che dallo stadio alla metropolitana, e non potevo esimermi dal pensare che l’undici di Wenger è l’unica squadra di Londra ad avere intitolata una fermata della “Tube”. E il merito di chi fu? Di Chapman naturalmente, che oltre a fare grande l’Arsenal sul campo, decise che il vecchio nome “Gillespie Road” non era più cosa, e che tutti, soprattutto gli avversari, dovevano capire chiaramente che da quelle parti si entrava in territorio Gunners.
Impose una ferrea disciplina alla squadra ma non lesinava di parlare individualmente con i propri calciatori per ottenere una maggior chiarezza generale. Era manager e psicologo, di una squadra che aveva preso povera di successi (l’Arsenal, fondato nel 1886 non aveva ancora vinto nessun campionato quando Chapman ne diventò allenatore) e che in pochi anni condusse alla vetta del calcio inglese. Le referenze di Chapman d’altronde parlavano da sole: dopo aver portato il Leeds al miglior risultato della sua storia sino a quel momento, il quarto posto in seconda divisione, riuscì a dare all’Huddersfield due titoli e una FA Cup. Chapman apparse subito agli occhi del calcio inglese come un innovatore, un visionario, un allenatore tutto d’un pezzo che sapeva il fatto suo e aveva sconvolto gli equilibri del football d’oltremanica con le sue spiccate doti manageriali.
L’Arsenal non se lo fa scappare e lo ingaggia con la promessa reciproca di far diventare una formazione sinora povera di successi in una grande compagine temuta e rispettata. Ma in cosa consisteva il Sistema? Quando nel 1925 fu variata la regola del fuorigioco, che portò da tre a due i giocatori che l’attaccante avversario doveva trovarsi davanti al momento del passaggio del compagno per essere giudicato in posizione regolare, si avvertì il bisogno di infoltire la difesa. Così, nacque la figura dello stopper: il centromediano veniva arretrato sulla linea difensiva con compiti di marcatura, e i terzini andavano a premere sulle ali avversarie. Chapman sdoganò una sorta di 3-2-2-3, e se facciamo il giochino di disporre i puntini su un foglio e poi unirli come si usa nei giochi enigmistici, otterremmo un WM. Era un modulo e una tattica di gioco che privilegiava i duelli individuali per cui era indispensabile avere giocatori di qualità in squadra. Adottato dal Grande Torino in Italia, fece le fortune dei granata prima che il destino e Superga si mettessero di traverso.
Herbert Chapman fu uno degli allenatori più pagati dell’epoca, ben 2.000 sterline l’anno, briciole in confronto agli stipendi di oggi, ma un bel gruzzolo allora. David Jack, Alex James, Cliff Bastin, quest’ultimo solo sedicenne, sono soltanto alcuni dei nomi di quei pezzi da novanta che andarono a rimpolpare la rosa dell’Arsenal e la resero finalmente una formazione competitiva. Tuttavia, anche i migliori risultati vanno ottenuti con grande pazienza, pertanto solo nella stagione 1929-30, mentre in Italia inizia il primo campionato a girone unico come lo conosciamo oggi, i Gunners centrano il primo titolo: la FA Cup sollevata il 26 aprile del ’30 proprio contro l’ex formazione condotta da Chapman, l’Huddersfield, battuto a Wembley dai gol di James e Lambert. É solo l’inizio di una pioggia di trofei che si abbatterà sul Nord di Londra: nel 1931 arriva il primo titolo inglese, vinto staccando Aston Villa e Sheffield Wednesday, nella stagione in cui il Manchester United retrocede in seconda divisione. Sì, avete capito bene…
Curiosamente, quando l’Arsenal e Chapman fanno il bis nel 1933, il secondo e il terzo posto spetta ancora alle medesime avversarie, i Villans e ancora il Wednesday. La Coppa dei Campioni era ancora lontana a venire, e salgono i rimpianti se pensiamo a quegli anni immediatamente precedenti alla Seconda Guerra Mondiale, quando sarebbe stato davvero fantastico ammirare una partita europea tra quell’Arsenal e la Juventus dei cinque scudetti consecutivi, o se ad Highbury fosse calato l’Athletic Bilbao, vincitore anch’esso in quegli anni dei suoi primi due titoli. La felice parabola del manager dello Yorkshire, finisce nel peggior modo possibile: un malanno trascurato si tramuta in una polmonite che non gli lascia scampo quando è ancora alla guida dell’Arsenal, all’inizio del 1934. Aveva soltanto 55 anni. Forse il destino calcistico di Herbert era già scritto in famiglia: era figlio di un minatore, che lavorava duro, così come lui fece con i suoi giocatori. E soprattutto, aveva molti fratelli. Quanti erano in tutto i figli di padre John? Undici. Se passate da Highbury o scegliete di perdervi nel tour guidato dell’Emirates Stadium (dove troverete la sua statua all’esterno e un busto del suo volto all’interno), il nuovo impianto dei Gunners dal 2006, guardatevi intorno: tutto ciò che vedrete vi parlerà di Herbert Chapman che trovò il Sistema di far diventare grande un piccolo club.
di Stefano Ravaglia, da lasettimanasportiva.com

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