sabato 27 febbraio 2016

L'Arsenal al capolinea

La doppietta dello straordinario Messi ha già chiuso il discorso-qualificazione. Con la sconfitta all’Emirates Stadium, finiscono i sogni di gloria europea dell’Arsenal di Wenger, ancora una volta estromesso dal top del calcio continentale. Intendiamoci, perdere contro questo Barcellona è tutt’altro che umiliante ed è, anzi, quasi inevitabile, ma le scarse soddisfazioni dei “Gunners” in Champions League sono un problema che si trascina ormai da troppo tempo. Lo stesso progetto-Wenger, partito ormai 20 anni fa, ha avuto proprio nelle ambizioni europee il suo perno fondamentale, al punto che anche il nuovo stadio è stato costruito pensando soprattutto alla ribalta europea. Eppure, ancora oggi l’Arsenal è l’unica delle squadre più ricche d’Europa a non avere mai vinto nemmeno una volta la coppa dalle grandi orecchie. Scopriamo i retroscena di questa strana vicenda, con questo brano tratto da “Il prezzo del successo”, capitolo 17 del libro “Cambiare il mondo con un pallone”, di Lorenzo Zacchetti

Nell’aprile del 2010, “Forbes” ha pubblicato l’annuale aggiornamento della sua celebre classifica dei club calcistici più ricchi del mondo. Al primo posto si è confermato ilManchester United, con un valore stimato in 1.835 milioni di dollari, seguito da Real Madrid (1.353), Arsenal (1.181), Barcellona (1.000) e Bayern Monaco (990). A ridosso della top five, si sono piazzate Liverpool (822) e Milan (800), ma entrambe hanno registrato una perdita del 19% rispetto al 2009.
Ha perso il 19% anche il Chelsea, classificatosi nono a quota 646 milioni, mentre gli unici club in controtendenza tra i primi dieci sono gli italiani: ovvero la Juventus (ottava a 656 milioni) e l’Inter (decima a 370), con aumenti rispettivamente pari al 9 e al 12%. Per quanto riguarda i bianconeri, il dato va letto in maniera incoraggiante perchè antecedente all’inaugurazione dello Juventus Stadium, il primo impianto di proprietà di una squadra della Serie A italiana. Tuttavia, l’elemento più sorprendente della classifica è il fatto che l’Arsenal, pur calando del 2% come il Manchester United e il Real Madrid, abbia saldamente mantenuto il terzo posto conquistato nel 2007. La sorpresa scaturisce da due fattori: il vertiginoso aumento del valore del club londinese a partire dal 1996, quando aveva un volume d’affari pari appena ad un decimo di quello attuale, ed il fatto che – nonostante ciò – lo stile gestionale sia improntato alla rigorosa austerità. In entrambi i casi, la spiegazione sta nella proprietà dello stadio e pertanto l’esperienza dei “Gunners” potrà fornire utilissimi elementi di giudizio sia alla Juventus che alle altre squadre italiane destinate ad intraprendere la stessa strada negli anni a venire. La sofferta decisione di abbandonare Highbury, autentico tempio del football britannico, è stata presa nel più ampio contesto del complicato processo di adattamento alle esigenze del calcio moderno guidato da Arsène Wenger, che oltre ad assumersi la responsabilità della guida tecnica ha fortemente influenzato tutte le scelte prese dalla società durante la sua gestione.
Dopo un timido corteggiamento da parte del Tottenham, che alla fine non si dimostrò troppo convinto delle sue qualità, Wenger venne assunto dall’Arsenal nell’estate del 1996 per rimpiazzare il deludente Bruce Rioch, rimasto in sella per una sola stagione. A sua volta, Rioch era stato chiamato al difficile compito di sostituire George Graham, travolto dallo scandalo scoppiato in seguito alla scoperta delle tangenti che aveva incassato dal procuratore Rune Hauge, in cambio dell’acquisto di giocatori non certo fenomenali quali John Jansen e Pal Lydersen. Di fronte alle loro interlocutorie prestazioni, alcuni giocatori dell’Arsenal affermarono di aver nutrito dei dubbi sulla buona fede di Graham, ma lo fecero solamente dopo il licenziamento del tecnico, al quale va comunque riconosciuto il merito di aver vinto due campionati, due Coppe di Lega, una Coppa delle Coppe, una F.A. Cup ed una Charity Shield.
Il primo titolo nazionale della sua gestione, quello vinto nella stagione 1988/89, rappresenta uno dei momenti più emozionanti nell’epopea dei “Gunners” ed è stato fonte di ispirazione per “Febbre a 90°” (Guanda, 1992), il famoso libro di Nick Hornby dal quale è stato tratto il film, altrettanto di successo, con Colin Firth nei panni del protagonista (…).
Nel 1995, travolto dallo scandalo delle mazzette e dalla conseguente squalifica infertagli dalla Football Association, il tecnico fu costretto a lasciare il posto a Rioch, il quale non riuscì ad andare oltre il quinto posto in campionato che permise all’Arsenal di qualificarsi per la Coppa Uefa. Non c’è dubbio sul fatto che il suo maggior contributo alle fortune del club fu l’acquisto di Dennis Bergkamp: dopo la deludente esperienza nell’Inter e dopo essere stato strappato al Tottenham (la squadra per la quale tifava da bambino), l’olandese avrebbe trascorso undici anni da sogno con i “Gunners”, affermandosi come uno dei più grandi calciatori nella storia del club. A godere dei suoi servigi, però, non sarebbe stato Rioch ma il suo successore Arsène Wenger, giunto a Londra nel settembre del 1996 dopo aver assolto i propri obblighi contrattuali con i Nagoya Grampus Eight, formazione con la quale aveva lavorato per un anno nel campionato giapponese. Primo tecnico non britannico nella lunga storia dell’Arsenal, Wenger planò in Inghilterra da illustre sconosciuto e fu accolto con uno scetticismo perfettamente rappresentato dal titolo pubblicato dall’“Evening Standard” per riferire del suo ingaggio: “Arsène chi?”. Più il francese si dimostrava sicuro di se’ e delle sue teorie sulla gestione dei calciatori (come ad esempio i rigidi limiti imposti al regime alimentare e il divieto di vedere film pornodurante i ritiri prepartita), più l’ambiente circostante si dimostrava ostile nei suoi confronti.
“Wenger non è altro che un novellino” – affermò con scarso fair-play Alex Ferguson – “e certe teorie dovrebbe risparmiarsele per il campionato giapponese”. Invece, per l’Arsenal era davvero giunto il momento di “andare avanti”, ovvero “Move on up”, come recita il titolo del brano di Curtis Mayfield che è stato spesso suonato al termine delle partite vinte per accompagnare l’esultanza dei tifosi. Ereditando una difesa composta da arcigni veterani che iniziavano a scricchiolare sul piano della tenuta fisica (Adams, Bould, Winterburn, Keown e Dixon), Wenger intuì che il sistema migliore per sfruttarne le caratteristiche era disporli in una linea di quattro elementi, mentre in precedenza l’Arsenal aveva sovente impiegato la difesa a tre. L’Arsenal venne quindi ridisegnato con un 4-4-2 chiaramente ispirato al Milan di Sacchi e, guardando ancora più indietro, all’Olanda del calcio totale.
Perno del centrocampo era Patrick Vieira, il primo acquisto dell’era-Wenger: il manager lo ingaggiò poco dopo la sua nomina da parte dell’Arsenal quando il mediano aveva solo vent’anni e, in seguito al fallimento della sua unica stagione con la maglia del Milan, venne pagato appena 3,5 milioni di sterline, una cifra decisamente irrisoria per quello che sarebbe diventato il capitano e il leader della squadra. L’estate seguente, il tecnico di Strasburgo rinforzò ulteriormente la squadra con gli innesti di Emmanuel Petit, Marc Overmars e Nicolas Anelka, quest’ultimo acquistato alla tenera età di diciassette anni, versando soltanto 500.000 sterline nelle casse del Paris Saint Germain. La scelta si rivelò particolarmente lungimirante due anni dopo, quando Anelka venne ceduto al Real Madrid per 22,3 milioni di sterline, con un’impressionante plusvalenza di 21,8 milioni!
Sul piano meramente sportivo, i tre acquisti dell’estate 1997 si rivelarono altrettanto azzeccati, visto che Wenger, nel suo secondo anno ad Highbury, realizzò il secondo “Double” nella storia del club con la conquista del campionato e della Coppa d’Inghilterra. La storica impresa permise all’Arsenal di tornare a disputare la massima competizione europea per club, che nel frattempo si era trasformata da Coppa dei Campioni in Champions League.
In seguito alla radicale riforma del 1992, il torneo era diventato una vera e propriafabbrica di soldi, in grado di decretare la fortuna di chi si fosse dimostrato in grado di arrivare fino in fondo – accumulando premi aggiuntivi – e la sventura di qualunque grande club che non fosse riuscito ad esservi ammesso. Il massiccio afflusso di denaro proveniva in massima parte dalle televisioni che si erano aggiudicate i diritti di trasmissione delle partite, aumentate nel numero grazie all’apposita revisione del format.
Le nuove caratteristiche della competizione comportavano però anche ulteriori oneri a carico delle squadre partecipanti, chiamate a compiacere gli sponsor mettendo a loro disposizione numerosi biglietti-omaggio, zone riservate all’hospitality ed ampi spazi ai bordi del campo per il posizionamento dei cartelloni pubblicitari. Costruito nel lontano 1913, Highbury presentava delle oggettive criticità, anche per l’esiguo numero di parcheggi circostanti lo stadio. Soprattutto in considerazione della sua limitata capienza, che secondo le norme Uefa non avrebbe superato le 35.000 unità, l’Arsenal prese la clamorosa decisione di disputare le partite casalinghe di Champions League nel vecchio Wembley, dove si sarebbero potuti accogliere senza difficoltà oltre il doppio degli spettatori. Il mastodontico impianto londinese non portò buona sorte ai ragazzi di Wenger, eliminati al primo turno dopo aver perso in casa contro il modesto Lens. La stessa espressione “in casa” sembrava poco indicata per lo stadio con le torri gemelle, decisamente più freddo di Highbury e soprattutto collocato in una zona troppo distante dalla sede naturale del club: nel vasto territorio di Londra, con tutte le squadre e gli stadi che ci sono, la cosa ha un certo peso. L’avventura europea non finì meglio nella stagione successiva, quando la corsa dell’Arsenal terminò nuovamente alla prima curva. I “Gunners” arrivarono soltanto terzi nel girone che promosse Barcellona e Fiorentina, ma la partita casalinga contro l’AIK Solna, fanalino di coda, convinse la società che i tempi erano maturi per intraprendere la svolta: i 74.000 spettatori accorsi a Wembley per la sfida con i modesti svedesi erano molti di più di quanti sarebbero mai potuti entrare ad Highbury, anche nel remoto caso che lo storico impianto fosse stato radicalmente ristrutturato.
David Dein, ai tempi potentissimo vicepresidente dell’Arsenal, attribuì la massiccia affluenza alla decisione di mettere in vendita ben 20.000 biglietti a sole dieci sterline ciascuno, politica ovviamente impraticabile ad Highbury. Per realizzare incassi anche lontanamente comparabili, la società avrebbe dovuto praticare prezzi di ingresso degni di una gioielleria, ma in questo modo avrebbe inevitabilmente scontentato una larga fetta dei propri tifosi. Costruire un impianto di dimensioni superiori divenne quindi un’impellente urgenza per un club intenzionato a competere con il Manchester United, sostenuto dai 60.000 dell’Old Trafford, ed il Chelsea, nel cui impianto di Stamford Bridge trovano confortevole accoglienza 42.500 tifosi. A fronte delle cocenti delusioni sul piano dei risultati, l’Arsenal trovò quindi particolarmente produttivo l’esperimento di Wembley, sia per i notevoli incassi ottenuti nell’immediato, sia per l’implicita conferma delle proprie mire espansionistiche. La dicotomia tra il bilancio sportivo e quello economico rappresenta, più in generale, un paradosso che il club deve necessariamente sciogliere, prima di definire i propri obiettivi per il futuro.
Solo un gruppo dirigenziale strenuamente convinto delle proprie scelte avrebbe potuto impegnarsi in un progetto delicato quale la demolizione del mitico Highbury, allo scopo di riconvertirne l’area in un complesso residenziale gestito dallo stesso club attraverso una società controllata. Le evidenti ripercussioni di tale scelta abbracciano non soltanto le sorti finanziarie dei londinesi, ma anche (e soprattutto) l’identità del club, privato del suo storico punto di riferimento. Dopo una stagione disputata con una maglia celebrativa di color granata per evocare la divisa del 1913/14, il primo anno ad Highbury, il 7 maggio del 2006 l’Arsenal ha abbandonato l’impianto soprannominato “la casa del calcio” e si è trasferita nel suo nuovo home-ground.
Il successivo 22 luglio, in occasione dell’amichevole organizzata contro l’Ajax per salutare il ritiro di Dennis Bergkamp, è stato inaugurato l’Emirates Stadium, edificato nella zona di Ashburton Grove. Pur trovandosi a poca distanza dal vecchio Highbury, l’imponente catino capace di contenere oltre 60.300 spettatori, tutti seduti come da normativa in vigore, sembra davvero appartenere ad un’altra dimensione (…) da http://eurocalcio24.com/

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